Un tecnico al lavoro per il riciclo delle batterie esauste

Auto elettrica, dove finiscono le batterie esauste? Risponde Marco Ferracin di Safe-Hub Economie circolari

di Patrizia Licata
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Uno degli ostacoli alla diffusione dell’auto elettrica – oltre ai costi del veicolo e all’ansia da ricarica – è il futuro incerto della batteria esausta. Andrà a inquinare ulteriormente l’ambiente?

A questo proposito, il nuovo Decreto Batterie (D.lgs. 29/2026, entrato in vigore lo scorso 7 marzo), segna un passaggio importante per il nostro Paese, che si è così allineato al quadro europeo (Regolamento UE 2023/1542, del 12 luglio 2023), introducendo obblighi più stringenti, nuovi obiettivi di raccolta e una classificazione aggiornata.

Il regolamento (UE) 2023/1542 mira a garantire che, in futuro, le batterie abbiano una bassa impronta di carbonio, utilizzino una quantità minima di sostanze nocive, richiedano meno materie prime provenienti da Paesi terzi e siano raccolte, riutilizzate e riciclate in misura elevata all’interno dell’UE. Il regolamento si applica a tutti i tipi di batterie, incluse quelle per i veicoli elettrici (EV) e per i mezzi di trasporto leggeri quali biciclette elettriche, ciclomotori elettrici e scooter elettrici. Gli obiettivi di raccolta dei rifiuti per i produttori di batterie portatili sono il 63 % entro la fine del 2027 e il 73 % entro la fine del 2030; gli obiettivi di raccolta dei rifiuti per le batterie dei mezzi di trasporto leggeri, ossia il 51 % entro la fine del 2028 e il 61 % entro la fine del 2031.

Questo cambiamento non solo dovrebbe rassicurare i consumatori attenti alle questioni ambientali, ma può avere ricadute positive sull’organizzazione industriale e sui costi per le imprese della filiera. Insomma, potrebbe dare slancio a un settore industriale italiano: non produciamo batterie, ma riciclarle è un’attività rilevante del ciclo di vita degli accumulatori per auto elettriche.

Ne abbiamo parlato con Marco Ferracin, manager di SAFE-Hub delle Economie Circolari. L’Hub è composto da una pluralità di consorzi di produttori attivi in diverse filiere del recupero dei rifiuti, tra cui ECOPED, dedicato a rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ed ECOPOWER, dedicato alle batterie esauste; questi ultimi due consorzi hanno, tra i loro membri, importanti case automobilistiche.

Il nuovo Decreto Batterie segna un cambio di passo. Qual è l’impatto concreto per il sistema industriale italiano?
L’architettura generale del sistema italiano di recupero delle batterie non cambia, raccolta e recupero continuano a essere finanziati ed organizzati dai produttori. Ma il nuovo decreto rappresenta effettivamente un cambio di passo, perché allinea il diritto italiano al Regolamento UE sulle batterie, il quale, gradualmente, trasformerà il settore italiano ed europeo delle batterie rendendolo strutturalmente circolare e strategicamente più autonomo. Di fatto, grazie alla circolarità e al riciclo dei minerali contenuti nelle batterie, diminuirà la dipendenza dalle materie prime di origine extracomunitaria. In un contesto geoeconomico conflittuale ed instabile, si tratta di un’iniziativa di primaria importanza per la tenuta del sistema industriale. Per ora l’allineamento normativo, coerentemente alle scadenze comunitarie, riguarda principalmente la riclassificazione delle batterie, l’adozione di obiettivi di recupero e di contenuto riciclato più ambiziosi, alcune novità operative per la raccolta differenziata e un potenziamento della Responsabilità Estesa del Produttore. Questa è la base qualitativa a partire dalla quale la riforma vera e propria sarà introdotta gradualmente.

Che cosa cambia per chi immette batterie sul mercato?
I produttori continuano a finanziare ed organizzare la gestione delle batterie esauste, in modo collettivo o individuale, e proporzionalmente a quanto hanno immesso sul mercato. Ma i sistemi di gestione individuali, essenzialmente, riguarderanno solo le batterie industriali e quelle dei veicoli, perché per le altre categorie il legislatore considera che il sistema collettivo sia l’unico modo di garantire una copertura di filiera di livello nazionale. Sia chiaro: al produttore non viene chiesto di raccogliere esattamente la sua batteria. Basta che garantisca la gestione di un volume di batterie esauste che corrisponda alla classificazione che ha immesso sul mercato, e che sia proporzionale alla quantità che ha immesso. Un punto su cui occorre porre speciale attenzione è la definizione stessa del produttore, che con il nuovo decreto è molto più dettagliata e include operatori che finora non erano coinvolti. È produttore chi appone il proprio marchio alla batteria, anche se non l’ha fabbricata, ed è produttore anche chi ha preparato per il riutilizzo, rifabbricato o cambiato destinazione a una batteria esausta. I produttori stabiliti all’estero, inoltre, sono obbligati a nominare un rappresentante autorizzato in Italia.

Che effetti hanno le nuove classificazioni sul mercato?
Le categorie sono diventate sei: batterie portatili, batterie portatili di uso generale, batterie per mezzi di trasporto leggeri, batterie per autoveicoli (SLI — Starting, Lighting, Ignition), batterie industriali e batterie per veicoli elettrici. Ognuna di queste categorie è oggetto di una specifica descrizione, e sarà oggetto di obiettivi e vincoli differenziati, che andranno a modificare fabbisogni di filiera, contenuto riciclato, applicazione operativa degli adempimenti e, potenzialmente, anche le forme di due diligence. Ciò avrà un impatto di mercato non solo in merito alla dinamica costi/prezzi, ma anche imprimendo direzioni precise all’innovazione tecnologica. Il comportamento delle materie secondarie in linea di produzione è diverso da quello delle materie vergini.

Gli obiettivi di raccolta diventano più ambiziosi. Che implicazioni hanno per le imprese?
Per le batterie portatili i produttori dovranno raggiungere il 63% di raccolta entro il 31 dicembre 2027 e il 73% entro il 31 dicembre 2030. Per le batterie destinate ai mezzi di trasporto leggeri gli obiettivi sono fissati al 51% entro il 31 dicembre 2028 e al 61% entro il 31 dicembre 2031. Il tutto calcolato sulla base del totale dei rifiuti prodotti. La norma anteriormente in vigore aveva obiettivi chiedeva un 45% di raccolta rispetto al peso dell’immesso sul mercato, e riguardava solo le pile e accumulatori portatili. Ci sono poi obiettivi differenziati di riciclaggio per tipo di materia, all’interno degli impianti di recupero, e obiettivi di contenuto riciclato, anch’essi calcolati per tipo di materiale. Per le imprese che producono la scala della circolarità cambia completamente: per stare al passo non è più possibile ragionare solo in termini di adempimento, limitandosi a pagare il contributo al consorzio di riferimento, occorre ridisegnare la visione operativa e di business. E, in questo quadro, l’assistenza dei consorzi alle imprese può fare la differenza.

Il rafforzamento di etichettatura e tracciabilità che effetti ha sulla filiera?
Tutto diventa più trasparente. Le nuove etichette evidenzieranno una gamma più ampia di caratteristiche del prodotto, mentre gli obblighi di due diligence e il passaporto digitale metteranno in luce il suo intero percorso. Le informazioni saranno a disposizione delle autorità di vigilanza, dei consumatori e di tutti gli operatori di filiera per i quali transita il prodotto. Il potere è una qualità ontologica della conoscenza, Francesco Bacone lo disse già quattrocento anni fa. Mettendo i dati e le informazioni a disposizione di ogni attore della catena, diventa molto più difficile deviare dagli standard di legge e dagli obiettivi di utilità collettiva, perché tutti controllano tutti. E inoltre, dato che buona parte delle informazioni hanno rilevanza tecnica, diventa più facile riciclare o smaltire in modo corretto.

Le aziende sono pronte a questo cambiamento?
Il settore è in fase di adattamento. L’ansia da prestazione ovviamente è presente, e diversi punti della riforma sono oggetto di dibattito e divergenze. Ma a prevalere sono la coesione e il senso d’urgenza. I produttori di batterie italiani ed europei, di fronte allo strapotere della concorrenza cinese e ai rischiosi colli di bottiglia negli approvvigionamenti extracomunitari di materie critiche, hanno capito da tempo che la circolarità è la via maestra per continuare ad avere un ruolo negli scenari futuri. L’alternativa è essere travolti.

Possiamo dire che l’Italia è ora allineata all’Europa anche sul piano competitivo?
Dal punto di vista normativo sì, perché il decreto recepisce principi e obiettivi europei, creando un terreno più uniforme e rendendo possibile una visione strategica comune. Questo è un elemento importante anche per la competizione interna dell’Unione, perché riduce le asimmetrie tra i diversi Paesi. Tuttavia, il vero tema sarà l’attuazione: la capacità del sistema italiano di applicare queste regole in modo efficace determinerà il posizionamento competitivo delle imprese. Chi saprà adattarsi più rapidamente potrà trasformare questi obblighi in opportunità, mentre per altri il rischio è subire un aumento dei costi senza benefici immediati.

Qual è la priorità immediata per le imprese alla luce del nuovo decreto?
La priorità è comprendere rapidamente il nuovo quadro normativo e tradurlo in scelte operative concrete, che spaziano dai meri adempimenti formali alla ristrutturazione dei modelli di rendicontazione ed approvvigionamento. L’adesione al Centro di Coordinamento Batterie e l’iscrizione al nuovo registro dei produttori di batterie, così come il pagamento dei contributi e la preparazione dei contenuti da mettere in etichetta, sono solo dettagli se comparati alla trasformazione tecnologica imposta dagli obblighi di contenuto riciclato. Alcune cose vanno fatte immediatamente, e sono ovviamente prioritarie, ma è altrettanto prioritario pianificare alcune importanti cose che vanno fatte dopo, come ad esempio garantire il contenuto minimo riciclato. Chi arriva troppo sotto scadenza rischia di dover fare passi più lunghi della gamba.

In questo scenario, quale sarà il ruolo dei sistemi collettivi e dei consorzi?
I consorzi di produttori, che sono il formato giuridico con il quale operano in Italia i sistemi collettivi, avranno un ruolo determinante nell’accompagnamento delle imprese alla transizione. Grazie alla loro dimensione di scala, possono restituire alle singole imprese competenze e opportunità che è difficile costruire individualmente. Chi è accompagnato in modo corretto non fa errori, non vive il cambiamento con ansia, e può concentrarsi sulle opportunità del nuovo scenario. Ora come non mai affidarsi a sistemi collettivi efficaci, e non puramente burocratici, è diventata una scelta strategica. Chi si affida a un consorzio con impostazione solo burocratica rischia di sostenere gli oneri della transizione in modo inefficiente, e senza ricevere alcun beneficio. È un po’ come andare al ristorante, pagare il massimo del conto e non mangiare nulla.

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lunedì 18 maggio 2026 - Ultimo aggiornamento: 12:21 | © RIPRODUZIONE RISERVATA