FE, Martì (Cupra): «Peccato si parli solo dell'incidente». Rowland (Nissan) e Wehrlein (Porsche) e la "scaramanzia" sulla vittoria a Città del Messico

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FE, spettacolare rimonta di Cassidy (Citroen), suo l'EPrix di Città del Messico davanti a Mortara (Mahindra) e Rowland (Nissan)
CITTÀ DEL MESSICO – Il “lapsus” è importante. È quello del campione del mondo Oliver Rowland (Nissan) che a proposito dell'ePrix di Città del Messico di sabato parla di 20 macchine, ma anche di 24 per l'anno prossimo con la Gen4, ossia il massimo possibile. L'iridato confessa di essere «piuttosto scaramantico» e preferisce non sbilanciarsi circa il dato che vede i vincitori delle ultime tre gare messicane aggiudicarsi poi il titolo piloti di Formula E. «È bello essere di nuovo qui per fare quello che ci piace fare – spiega – e sicuramente Porsche è il punto di riferimento su questa pista, ma si è già capito che tutti i partenti sono in grado di vincere».
«E vincere non è necessariamente la cosa più importante, perché ci sono altri aspetti da tenere in considerazione», chiarisce molto diplomaticamente Rowland. Pascal Wehrlein (Porsche) aggiunge di non essere particolarmente superstizioso: «E infatti – scherza – anche se non vinco continuerò in ogni caso a lottare per cercare di conquistare il titolo». Il tedesco si fa serio quando parla di Hans Herrmann, il pilota che ha contribuito a far nascere il mito automobilistico di Porsche nel motorsport. Il costruttore aveva dedicato la speciale livrea (svelata giovedì) di questo fine settimana e Herrmann, che è deceduto venerdì all'età di 97 anni. «Siamo tristi per lui, che è stata una guida leggendaria, e per la sua famiglia», dice.
Wehrlein concorda con Rowland che la tradizione conta, ma non dà alcuna garanzia circa successi futuri: «Abbiamo bisogno di una macchina veloce – sottolinea – ma non basta perché tutti si sono migliorati». A Città del Messico c'è grande attenzione per Pepe Martì, il debuttante ingaggiato dalla Cupra Kiro, sia perché parla spagnolo sia perché a San Paolo, mentre lottava per una posizione tra i primi cinque, è incappato in un errore che ha causato uno spettacolare incidente, peraltro senza conseguenze.
«È un peccato che si parli solo di quello – ammette, prima in inglese e poi nella sua lingua madre – perché fino a quel momento stavamo andando bene. La scuderia aveva fatto un ottimo lavoro ed eravamo lì davanti. Quello che è successo non è la miglior cosa per un esordiente. Sono contento di essere qui: mi piace la gente, adoro il cibo e parlando lo stesso idioma mi sento anche di condividere molte cose con i messicani».




