​Formula E, oggi sull’asfalto dell’Eur scendono in pista per il secondo anno i bolidi elettrici

​Formula E, oggi sull’asfalto dell’Eur scendono in pista per il secondo anno i bolidi elettrici

di Alberto Sabbatini
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Sei gare e sei vincitori diversi. Da Costa, D’Ambrosio, Bird, Di Grassi, Mortara e Vergne. E non solo: anche le pole position sono state siglate da sei piloti differenti. Se non bastassero questi numeri a dimostrare la grande combattività e l’estrema incertezza che contraddistingue il campionato di Formula E, c’è un altro valore che ne sottolinea l’imprevedibilità: soltanto una volta, nella corsa inaugurale in Arabia Saudita, l’autore della pole position è stato lo stesso pilota che poi è andato a vincere la corsa: il portoghese Felix Da Costa. In tutte le altre corse della stagione 2019 di Formula E non è mai successo che il pilota scattato dalla pole abbia poi vinto. Queste statistiche dimostrano quanto la Formula elettrica sia molto più imprevedibile e assai meno scontata della Formula 1. Ad ogni corsa i rapporti di forza sul campo tra le varie squadre cambiano ed è estremamente difficile pronosticare la vittoria. 

Questo dipende da almeno tre motivi. Primo: l’elevatissimo livello tecnico e agonistico dei piloti. Fra i 22 iscritti al campionato Formula E ci sono cinque ex piloti di F1, due campioni del mondo Prototipi, un pluri-iridato di gare Turismo, un campione del DTM (Turismo tedesco), un paio di vincitori della 24 Ore di Le Mans e diversi piloti che hanno corso e raccolto successi nella GP2 (la categoria di contorno alla F1) o nelle gare per vetture GT. Non sono piloti abituati ad accontentarsi. Secondo aspetto: la Formula E è una categoria monotipo. Significa che le vetture di base sono tutte uguali tra loro; differiscono soltanto in pochi componenti, fra cui la personalizzazione del motore elettrico e la gestione di funzionamento di quest’ultimo. Perciò sono tutte estremamente competitive e non c’è in Formula E quella abnorme differenza di prestazioni fra primo e ultimo in griglia cui ci ha abituato la Formula 1. Terzo aspetto che accentua l’imprevedibilità della categoria: il fatto che si corra su circuiti cittadini, stretti e delimitati da muretti e barriere, dove difficoltà ed imprevisti sono più frequenti. Spesso un incidente o una collisione tra i piloti in testa alla gara ha condizionato il risultato. Com’è successo a Marrakech fra le due BMW di Sims e Da Costa, oppure a Hong Kong fra Bird e Lotterer o in Cina fra Frijns e Di Grassi. La squadra più in forma al via del nuovo campionato 2019 con le monoposto più potenti da 270 cavalli è apparsa la BMW. Il costruttore tedesco, che da quest’anno appoggia ufficialmente le monoposto del team Andretti, si è dimostrato il più reattivo a interpretare e rendere competitive le Formula E di nuova generazione. E con il portoghese Felix Da Costa ha dominato la gara augurale della stagione 2019 a Ad Diriyah, in Arabia Saudita, lo scorso 15 dicembre. Da Costa si è aggiudicato pole e vittoria – caso più unico che raro in Formula E – difendendosi abilmente dalle due Ds-Techeetah, quella del campione in carica Jean Eric Vergne e del suo compagno André Lotterer, giunti alle sue spalle. Poi nel corso della stagione la supremazia BMW è andata pian piano scemando, man mano che gli avversari perfezionavano la messa a punto delle monoposto. 

Mentre è cresciuta invece l’Audi, campione in carica della stagione precedente, che aveva iniziato nelle retrovie la corsa saudita. Alla seconda gara, in Marocco a Marrakech, la vittoria è andata alla Mahindra, il team indiano che aveva sfiorato il successo in campionato lo scorso anno. Non con il suo campione Rosenqvist, che ha abbandonato la formula elettrica per le gare in Usa, ma con il belga Jerome D’Ambrosio alla prima vittoria in Formula E in cinque anni di partecipazioni. Ma l’episodio che ha condizionato la gara è stato l’autoscontro tra le due BMW di Sims e Da Costa che, invece di gestire la supremazia in corsa, hanno battagliato fra loro finendo per autoeliminarsi dalla vittoria e lasciando spazio al ritorno della Virgin, altro team vincente del 2018, che ha completato il podio con Frijns e Bird. Lo stesso Bird è stato il vincitore della gara successiva, a Santiago del Cile, dove ha preceduto di nuovo una Mahindra: quella del debuttante Pascal Wehrlein che, quando non corre in Formula E, fa il pilota al simulatore Ferrari F1 per aiutare Vettel e Leclerc nella messa a punto della monoposto nei week end dei Gran Premi. Marrakech è stata anche la svolta per l’Audi che ha ritrovato finalmente la competitività portando Abt sul podio. Competitività che è esplosa nella gara successiva, in Messico, dove Di Grassi ha ritrovato la vittoria che gli mancava dal luglio dello scorso anno nella bara di New York.

Il brasiliano ha vinto al fotofinish superando proprio sul traguardo la Mahindra di Wehrlein che stava esaurendo la carica elettrica. Mentre nelle ultime due gare, a Hong Kong e Sanya, in Cina, c’è stato il risveglio delle DS Techeetah, in ombra nella prima parte di stagione. A Hong Kong la vittoria era nelle mani di Lotterer, che aveva abilmente guidato tutta la gara difendendo la prima posizione dagli attacchi di Bird che in eccesso di impulsività all’ultimo giro l’ha tamponato danneggiandogli uno pneumatico e facendosi penalizzare. Così la vittoria è andata a Mortara con la Venturi. Mentre nella gara cinese è stato il campione in carica, Vergne, a tornare alla vittoria davanti a Rowland con la Nissan, e a Da Costa. Che con i punti del terzo posto e una grande regolarità (tre podi in sei gare) è balzato in testa al campionato pur se con un margine minimo: 62 punti contro i 61 di D’Ambrosio, i 54 di Vergne e Bird e i 52 di Di Grassi e Mortara.
 

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Sabato 13 Aprile 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:09 | © RIPRODUZIONE RISERVATA
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